La Critica




Massimo Bignardi

Storico dell’arte

 

Personaggi sulla scena del quotidiano

 

Il potere logora meno dell’arte. E’ una verita´ che, giorno dopo giorno, sembra farsi largo, sull’onda anche di quanto registra la cronaca, compresa quella nostrana, di politici, di attori, di cantanti dediti ad inseguire i colori e i segni della propria fantasia. L’Arte, soprattutto la pittura, e´ un esercizio che porta l’immaginazione a prendere possesso della realta´, non quella visiva, dei referenti, delle cose che si allineano davanti alla nostra retina, bensi´ quella profonda dell’esistere. Essere, cioe´, nel tempo astratto di uno spazio colorato, tra le figure che non hanno corpo ma che, intimamente, sono presenti, si muovono nei luoghi ove il piano e´ un´illusione, dove le forme affermano la verita´ di effettive bugie.

Domenico non conosceva tutte queste ulteriori menzogne di cui e´ capace la critica; non immaginava che il tranquillo esercizio della fantasia, lasciata dilatare nelle ore calme della giornata, nelle pause del lavoro, ma anche in quell’orario imposto dalla necessita´ di dipingere, fosse traducibile nell’ordinata sintassi organizzata dal pensiero. I personaggi che Domenico incornicia negli spazi domestici, fermi  nelle pose di una ritualita´ del quotidiano, sono “persone” di famiglia, come si è solito ascoltare da un lessico popolare, oppure figure in attesa di rivelazione. Quello che il provetto pittore ha cercato di evidenziare, lo ha fatto con la giusta liberta´ con la quale, i fauve, fecero entrare Donatello nella loro gabbia, e´ stato il colore: decisamente e volutamente acceso, quasi a improntare lo schema compositivo di una sorta di energia dai toni ironici e, allo stesso tempo, carico di una tensione che traduce il desiderio di capire la pittura. I testi pittori di Domenico, appare ben chiaro, non hanno sintassi, scivolano sulla grammatica dei colori, sull’idea di contrasto, insomma ci lasciano percepire la fragranza di una liberta´ che cerca di esprimersi. Non mancano, pero´ le trascrizioni di “lunghi” sguardi che si sono fatti incuriosire da molti, moltissimi ismi che hanno caratterizzato lo scenario artistico del secolo breve.

Domenico ritrae figure che hanno attraversato il suo sguardo; un uomo che suona la fisarmonica, una signora dalle labbra rosse; le modelle pronte per il gala´ finale; una copia nello spazio domestico di una camera. La semplicita´ della sua “scrittura” colorata ci restituisce l’immediatezza con la quale ha consegnato queste figure alla superficie della pittura.

 

 

Alan Frenkiel

 

Uno sguardo inesorabile

 

Un vecchio detto persiano dice: “ Il coltello che taglia,  non può tagliare se stesso. L’occhio che vede,  non puo´ guardare se stesso”. E’ un detto che può rispecchiare la natura particolare dell’Arte.

La pittura ha la capacità di riferire i nostri pensieri, i nostri sentimenti, di penetrare nelle nostre emozioni, di richiamare le nostre memorie. Quando guardiamo un ritratto, all’interno di un’opera d’arte riuscita, è il ritratto stesso che ci osserva. La persona ha la sua presenza, vuole essere riconosciuta, identificata, provocata e evocata, turbata e soddisfatta, vuole dialogare.

Domenico Marrone ha creato una serie di personaggi che occupano interamente il loro spazio; essi hanno una massa fisica esplicita, ci guardano in un silenzio imperturbabile. Perfino nel momento in cui ci allontaniamo, loro continuano a guardarci, invocano il nostro disagio, la nostra meraviglia, il nostro bisogno di comunicare, il nostro momento di resa, il desiderio di sorridere, il bisogno di ridere. Loro restano lì come in un momento di alienata maestà. Ci hanno condotto alla coscienza, alla vita – e noi gliene siamo grati.

 

                                                                                                                                

 

 

Marino Lombardi

 

Nei volti di Marrone gli occhi sono diversi. Sembra che uno non comprenda cio´ che l´altro vede. Uno “legge” ipnotizzato dalla continuita´, l´altro cattura le variazioni. Per dirla con Pascal c´e´ l’occhio del cuore o dello “esprit de finesse” e quello della  ragione o dello “esprit de geometrique". Sono entrambi modi di vedere e di essere vedendo. Ma con sano ottimismo tale dicotomia in alcuni ritratti femminili si risolve tra dolcezza e speranza. Nei ritratti di Marrone è ovvio tutte queste categorie  sono metafisicamente inconsapevoli appartengono involontariamente ai soggetti ; qui questi si cullano quietamente nei propri saperi e nel proprio ruolo di essere “gente”. Non credo che Marrone voglia risolvere le problematiche relative all’identita´ poste da Pirandello: sono maschere ma senza maschere. Il messaggio sta invece nell’equilibrio del vedere e del vedere verso “altrove”, magari anche nell’esotismo di certe figure orientali, nei nasi che ricordano le monumentali sculture Moai e negli occhi divergenti come per agguantare piu´ spazio possibile. Il vedere e´ l’inizio del quotidiano, ma anche del futuro senza il peso del presente, ove il posare e lo stare si identificano e si ingannano  a vicenda in favore della potenzialita´ e della dignita´  del “possibile”. Il linguaggio pittorico riflette in se´ questo ideale della conquista della semplicita´ e trova evidenti riscontri in tutta la poetica anticlassica (ovvero del non progetto), ove il caso puo´ cogliere l’assoluto facendo di fatto parte di quest’ultimo.

E ci piace anche essere seguiti dall’assoluto di uno sguardo colto per caso.

 



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